Trasferirsi all’estero: l’esperienza che ti cambia.
Parti.
Con una valigia e mille aspettative.
“Farò nuove esperienze”, “cambierò vita”, “voglio sentirmi viva”.
E ci sta. Perché trasferirsi all’estero è questo.
Ma è anche tutto il resto.
Non te lo dicono, ma cambiare Paese ti cambia faccia. Ti cambia tono. A volte, parlare un’altra lingua ti cambia pure voce e pensieri.
Quando dici che ti trasferisci all’estero, le reazioni sono sempre un mix tra entusiasmo e curiosità esotica.
“Che bello! Che coraggio! Chissà che avventura!”
E sì, lo è. Ma non è un film romantico ambientato a Parigi o un reel su TikTok in cui tutto luccica.
È anche fatica. È anche spaesamento. È anche chiedersi: “E adesso, io chi sono qui?”
Un trasferimento all’estero ti ribalta come un calzino. Non è solo cambiare casa, lingua, e supermercato.
È fare i conti con un’identità che si smonta e si ricostruisce da capo.
I passaggi che si attraversano (più o meno, in ordine sparso)
1. La fase “wow”
Appena arrivi tutto è una novità. Il modo in cui la gente guida, quello che mangiano a colazione, come salutano, quanto sono gentili o invadenti.
Sei curiosa, scatti mille foto, ti perdi e sei felice. Ti senti in vacanza, ma senza biglietto di ritorno. Forse, non te ne rendi nemmeno bene conto.
2. Il vuoto
Finita l’adrenalina dei primi giorni, ti arriva addosso il silenzio. Quello del “non so con chi parlare”, “non so dove andare”, “non so cosa fare”.
La tua routine si è dissolta. I tuoi riferimenti sono rimasti nel Paese di partenza. Può essere il “Cosa ci faccio qui?”
3. Il confronto (spesso impietoso)
“Ma da noi si fa così.” “Da noi è meglio.”
Ti ritrovi a paragonare tutto. Il caffè, il traffico, la burocrazia, il clima, le persone.
Spoiler: questo passaggio è del tutto normale. Non fartene una colpa, ma non restarci nemmeno troppo incastrata. Esplora, prova, trova quello che ti piace, fai nuove esperienze.
4. Il tentativo di adattamento
Ti procuri la SIM locale. Provi a ordinare al bar senza farfugliare. Vai a un evento per expat. Ti iscrivi a una palestra. Ne provi un’altra.
Cerchi disperatamente cose familiari. A volte per ritrovarti, altre volte per non sentirti completamente aliena. Divertiti, rimani aperto/a alle possibilità.
5. Il crollo (facoltativo ma comune)
Un giorno, senza motivo, piangi in macchina. O nel bagno del lavoro.
Hai nostalgia, ti senti sbagliata, ti sembra che nessuno ti capisca.
La buona notizia? È una fase, come tante altre. Potrebbe servire per mollare le aspettative e cominciare davvero a vivere dove sei. Per liberarti di credenze limitanti o degli schemi familiari in cui sei cresciuta/o.
6. L’integrazione (vera)
Inizi ad avere dei luoghi tuoi: il parco dove passeggi, il ristorante dove ti riconoscono, il posto dove vai il sabato o dove prendi il caffè americano.
Parli con le persone, capisci meglio le battute, prendi abitudini nuove.
Ti senti un pò “a casa”. Anche se diversa da prima.
Ma allora… da dove si inizia?
📍 Crea una routine (anche minima)
Ti aiuta a ritrovare stabilità. Anche solo svegliarti sempre alla stessa ora e fare una passeggiata ogni mattina può fare miracoli.
📍 Trova dei luoghi di conforto
Un bar che ti piace, una libreria, un parco, un mercato. Ti servono come ancore. Ti danno un senso di familiarità.
📍 Non isolarti
Frequenta altri italiani se ti aiuta, ma prova anche a conoscere gente del posto. I primi contatti possono nascere anche solo salutando sempre la stessa persona.
📍 Abbi pazienza con te stessa
Adattarsi non è questione di settimane. A volte ci vogliono mesi per sentirsi parte del nuovo mondo. E non è un fallimento se ti senti fragile nel mentre.
📍 Accetta di cambiare
Non tornerai mai esattamente come prima, ma non è una tragedia. Stai diventando più flessibile, più aperta, più “grande”. Forse, il bello sarà proprio scoprire chi puoi diventare!
E poi, non è detto che ci resterai per sempre
Vivere all’estero non significa firmare un contratto a vita.
A volte è un anno, a volte dieci, a volte vai e vieni.
Ma una cosa è certa: ti espande. Ti cambia la geografia interna.
Ti accorgi che “casa” può avere più indirizzi. Più suoni. Più sapori.
Prendi abitudini qua e là: il caffè americano gigante del mattino, ma anche la piadina mangiata con i piedi nella sabbia.
La libertà di andare da Walmart in pigiama senza che nessuno ti guardi male, ma anche la bellezza di sentire le campane in piazza la domenica mattina.
Ogni Paese ti lascia qualcosa addosso. Un vizio, una parola, un ritmo.
Parlare un’altra lingua ti cambia pure la voce. Il tono. L’approccio. A volte sembra di avere due personalità diverse.
Ci sono parole che esistono in una lingua e nell’altra non rendono.
“Overwhelming”, per esempio. Non è solo “travolgente”. È di più. È troppo, è tutto insieme.
E ci sono emozioni che scopri solo grazie a quelle sfumature.
Alla fine, vivere all’estero non ti fa diventare qualcun altro.
Ti fa diventare più te.
Più ricca di sfumature, di prospettive, di storie da raccontare.
E anche se il cuore resta legato a certi luoghi, ora sa che può battere forte anche altrove.


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